Il Museo di San Michele e le piramidi di Segonzano

in auto: MALÉ-SAN MICHELE-SEGONZANO: KM 70

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Nel lontanissimo 29 settembre 1145 furono accolti nel monastero di S. Michele all’Adige i religiosi Agostiniani, chiamati dal Vescovo di Trento Altemanno. Il loro convento, fornito di una preziosa biblioteca, rimase un faro della cultura trentina fino alla soppressione di inizio secolo XIX. Gli Agostiniani furono provetti coltivatori della vite e ne insegnarono i segreti ai contadini locali. Nel 1869 la Dieta Provinciale Tirolese acquistò il caseggiato e lo destinò all’Istituto Agrario (sorto nel 1874), aggiungendo un edificio accanto agli antichi. La parte medievale si articola attorno ad una corte triangolare, abbellita da una loggia e da un chiostro a tre lati.
Dal 1972 il complesso monastico d’una volta, esclusa la chiesa barocca (secolo XVIII), è sede d’un prestigioso Museo etnografico (info c/o tel. 0461 650314), che occupa una quarantina di sale. Vi sono raccolti materiali che si rifanno alla storia, all’economia, alla religiosità, al folclore, agli usi della gente trentina. Esperti ed appassionati hanno arricchito il Museo con acquisti e donazioni, perché non vada perduto l’aggancio con il passato. Percorrendo le sale d’esposizione, si imparano a conoscere le tecniche della vinificazione, della distillazione, della molitura; l’agricoltura è rappresentata dalla raccolta completa degli attrezzi di campagna; nelle sezioni della metallurgia, della filatura, della ceramica sono visibili gli utensili degli artigiani. Ampio spazio è dato alla lavorazione del legno, all’alpeggio, alla cucina tradizionale. Interessanti i corredi e gli abiti giornalieri e festivi. Tutto ciò rende il Museo un riferimento essenziale per chi vuol conoscere la cultura e la storia trentina.

Proseguendo verso Lavis (periferia Nord di Trento), si imbocca la strada della valle di Cembra, raggiungendo Segonzano. La località è famosa per le statue che la natura ha scolpito nello sfasciume morenico della valle. Quattro tipologie di “piramidi” rendono unico il paesaggio: le più simpatiche sono quelle ombreggiate dal loro “cappello” di porfido (pesante fino a qualche decina di tonnellate); altre sono disposte come le canne d’un organo, altre affilate come lame. Nella leggenda, si tratta di fate e folletti, pietrificati per una strana magia negli anni d’infanzia del genere umano.






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